Novembre 3, 2013
Baba Jaga.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Avevo dimenticato quanto potesse esser piacevole la sensazione di abbandono all’acqua bollente, profumata e schiumosa di una bella vasca da bagno. Guardavo il filo rosso al mio mignolino sinistro, e pensavo a quell’uomo. Che fosse legato veramente al mio destino? Se così fosse, perché non veniva a cercarmi, dato che anch’egli conosceva la leggenda del filo, non seppi spiegarmelo. I miei pensieri furono distratti dal mio cellulare squillante. Un mio ex professore universitario russo mi chiamava. Avevo dimenticato perfino di avere ancora il suo numero di telefono. Risposi.
“Ciao, Claire. Scusa per il disturbo.”
“Non si preoccupi, professore. Mi dica.”
“Ecco, in facoltà girano delle voci su di te. Dicono che sveli i misteri, che prendi i criminali e aiuti la polizia. È tutto vero?”
“Bé, mi pare un po’ ingigantita la cosa, ma sì, direi che è proprio così.”
“Ecco, ho un problema. Ma non posso parlarne al telefono. Spero vorrai venire domani in facoltà per parlarne.”
“A che ora la trovo libero?”
“Durante l’ora di ricevimento. Dalle 11 a mezzogiorno. Grazie.”

L’indomani mattina, mi fiondai in macchina, dopo essermi svegliata terribilmente in ritardo, e mi diressi verso la mia vecchia università. Furono tempi incredibili, quelli, e tornare in quel plesso mi portava alla mente fantastici ricordi. Andai dritta, dritta, in aula professori. Il professor Ivanov camminava avanti e indietro, di fronte alla cattedra. Sebbene la porta fosse aperta, non si accorse della mia presenza. Per cui, bussai ugualmente.
“Oh, Claire..! Prego, entra pure.”
“Buongiorno, professore.”
Presi la solita poltroncina bianca in pelle accanto alla cattedra, e mi sedetti. Lui tornò a quello che era stato il posto che aveva occupato fino a mezz’ora prima, durante le lezioni.
“Allora, professore. Suppongo voglia propormi un lavoro.”
“Sì, infatti. Ecco, due giorni fa, mia sorella minore mi ha chiamato, nel cuore della notte. Mi disse che una baba-jaga le aveva letto la mano, e le lanciò una maledizione dicendole che sarebbe morta con la prima luna piena del mese.”
“Una baba-jaga, ha detto?”
“Sì, ecco, è una strega delle fiabe russe. Bé, ormai sembrerebbe non trattarsi più di sole fiabe, almeno per mia sorella. Irina, tutte le volte che mi parla a telefono, non fa altro che discutere di questa maledizione. Sembra ossessionata.”
“Vuole che vada a parlarle?”
“Sì, e se possibile, vorrei trovasse anche questa baba-jaga, questa truffatrice.”
“Va bene, lasci fare a me. In che città dovrò recarmi?”
“A Mosca.”
Mi alzai, strinsi la mano al professore e mi diressi alla porta, mentre lui restava seduto, immerso nei suoi pensieri.
“Ah, professore..”
“Sì?”
“Fa tanto freddo a Mosca?”

Sì, faceva tanto, ma tanto freddo. Polare, direi. Ero vestita a strati, con il cappotto più pesante che avevo trovato, ed un ridicolo berretto rosa con copri orecchie sul capo. Non mi ero mai sentita tanto infreddolita e bizzarra. Prima di partire, il professore mi aveva dato l’indirizzo di sua sorella. Pensai di essermi sbagliata, ma la via era quella giusta, ed anche la casa, lo era. Era spettrale. Tutte le finestre erano serrate da travi di legno, la porta d’ingresso aveva almeno 6 chiavistelli diversi, tutta la facciata era rovinata, il cancelletto d’ingresso al giardino scardinato. Una vera e propria catapecchia in rovina. Per non parlare della giungla che dovetti attraversare prima di riuscire a bussare. Attesi un po’, e dovetti bussare una seconda volta. Sentii dei passi venire verso la porta. I 6 chiavistelli, uno dopo l’altro si aprirono, in un costante tintinnio. La porta si socchiuse. Scorsi il volto di una donna sulla trentina. Occhi verdi, capelli ondulati e rossi, lentiggini sul naso.
“Scusi, signora Irina Ivanova?”
“L’ha mandata mio fratello Amos?”
“Sì, signora. Sono Claire Shepard.” La donna sembrava titubante.
“Posso entrare?” ma aprì la porta, lentamente. L’interno della casa non era sicuramente migliore dell’esterno. Sembrava una casa abbandonata. Sporcizia ovunque, divani strappati e consumati in un salotto oscuro circondato da finestre sporche con tende a pezzi. Mi accomodai comunque, cercando un angolino senza macchia. Non volevo esser scortese. Lei prese un caraffa d’acqua, e due bicchieri. Li pose sul tavolino al centro del salotto.
“Lei è qui per uccidere la baba-jaga?”
“Mi perdoni, ma io non sono affatto un mercenario. Sono un’investigatrice, se così si possa dire. E vorrei sapere qualcosa di più su questa baba-jaga.”
“E’ una strega. Una strega! Quel giorno camminavo per strada, mi prese la mano e mi maledisse. Non so perché. Non so che cosa le ho fatto. Da allora non fanno che accadermi cose strane. Tutto ciò che tocco si rompe. Tutto!” disse, con occhi spiritati denotanti quella che chiunque definirebbe follia pura. Provai ad assecondarla.
“E c’è un posto dove trovarla?”
“Io l’ho incontrata di fronte alla cattedrale di San Basilio. Ma la prego.. Stia attenta.”

In mezzo alla neve più alta che avessi visto, mi ritrovai di fronte alla cattedrale. È una struttura molto colorata. Molto fiabesca, per giunta. Mi guardai attorno. Solo gente comune che passeggiava.  Ma, prima o poi, la baba-jaga avrebbe dovuto presentarsi. O almeno così sperai, restando in piedi alla porte di San Basilio.
“La baba-jaga si trova all’interno.” disse una voce alla mia destra. Con un sussulto, mi voltai. Indossava un lungo cappotto rivestito di lana all’interno, con un cappello, e degli occhiali da sole scuri, ma lo riconobbi comunque.
“Cosa ci fa, qui?”
Uscì la mano dalla tasca del cappotto, togliendo il guanto di pelle. Guardò il suo filo rosso.
“Da quando ci siamo incontrati, questo filo mi è apparso al dito. E lo ha anche lei. Significa che siamo legati, in qualche modo.”
“In ogni caso, non capisco per quale motivo si trovi qui, adesso. Mi sta seguendo?”
“Sono qui da un paio di settimane. Dopo Londra, avevo deciso di girare il mondo, in modo da non poter esser preso facilmente. A causa sua, stavo per esser imprigionato.”
“E’ il mio lavoro.”
“Purtroppo.”
Mi prese per mano. Tolse gli occhiali dal naso. Mi guardò intensamente. Non so come mi sentii. Non sono capace di descriverlo. So solo che non riuscii a dir nulla, né a muovermi, ed un brivido sulla schiena mi sorprese. Un flebile contatto della punta infreddolita del mio naso, col suo. Nulla più. Stavo quasi per lasciarmi andare. Mi dovetti trattenere.
“Sta attenta.” mi sussurrò. Mi accarezzò i capelli, e fece per andarsene.
“Giacomo!” lo chiamai. In quel momento, non avrei voluto lasciarlo andare. E suppongo, lo intuì anch’egli dal mio sguardo, evidentemente triste. Mi guardò, mi sorrise, e ritornò sui suoi passi.

Anche l’interno della cattedrale era molto colorato. Pensai ricordasse l’arte bizantina, o araba. Non sono, in effetti, un’esperta d’arte. Il tetto era costituito da travi in legno, caratteristica che trovai piuttosto curiosa. Inginocchiata, su una delle panche più vicine all’altare, una signora anziana, dai lunghi capelli bianchi, pregava. Supposi fosse proprio lei.
“Claire Shepard…” cominciò la vecchietta, alzandosi in piedi.
“Sapevo che un giorno saresti venuta a cercare anche me.”
“Lei è una baba-jaga, non è vero?” dissi, avanzando lungo la navata.
“Sì, lo sono. Ma, ormai da tempo, ho smesso di essere come le mie sorelle.”
“Ce ne sono altre?”
“Certamente. Si nascondono nei boschi.”
Queste erano pessime notizie. La guardia forestale non sarebbe mica bastata a prendere tutte le baba-jaga nei boschi. Considerato anche che, probabilmente, dovevano essere molto astute, per esser prese per streghe.
“Lei è la baba-jaga che ha maledetto Irina Ivanova?”
“Oh, ma io non ho maledetto nessuno!” ribatté l’anziana signora, avvicinandosi adirata.
“Io le ho solo letto la mano! È così che mi guadagno da vivere. Non ho fatto altro che predire il suo futuro!”
“Non sono qui per accusare nessuno. Ma mi piacerebbe se mi spiegasse.”
“Noi baba-jaga altro non siamo che delle fattucchiere e delle zingare. Si racconta che mangiamo i bambini, le giovani fanciulle, e chissà chi altri. Ma sono solo favole raccontate per non far avvicinare nessuno ai boschi.”
“Dunque, dovrei crederle?”
“La scelta sta a lei, signorina.”
In realtà, già credevo alla storia della povera anziana signora. Ma, magari, avrebbe potuto nascondere qualcosa di importante. Nulla. La signora, improvvisamente, assunse un espressione arcigna. Mi scrutò da testa a piedi. Mi si avvicinò. Prese la mia mano, tolse via il guanto, la osservò. Pensai la stesse leggendo. Trascinò il suo fine e lungo indice che mostrava i segni dell’età sulle linee della mia mano. Dal palmo, fino al mignolo su cui era legato il filo del destino.
“Il suo destino, signorina, è segnato da numerosi ostacoli. Se riuscirà a superarli, le rose fioriranno. Ma appassiranno presto.”
Mi lasciò andare la mano, e si allontanò, inginocchiandosi di nuovo sulla panca. Continuò a pregare.

Quando tornai dal professor Ivanov, non sapevo come spiegarli ciò che sapevo. Gli dissi che avrebbe dovuto andare dalla sorella al più presto. Così fece.
Un mese più tardi, Irina Ivanova morì di cancro.

Novembre 2, 2013
Jack Il Saltatore.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Non ero mai stata sul London Eye, seppure avessi visitato la città più di una volta. Dalla cabina, un panorama mozzafiato. Londra era davvero meravigliosa. Ma non ci avrei mai vissuto. Troppo caotica, per i miei gusti.
Perché mi trovavo lì? La polizia di Scotland Yard mi aveva invitata a partecipare alle investigazioni su delle presunte apparizioni di un uomo alato che aggrediva la popolazione. Non pensavo di esser così famosa da esser perfino richiesta a Londra. Del resto, molte delle operazioni che eseguivo, lo facevo senza ricompensa, e senza diffonder voci; voci che evidentemente giravano comunque.

Dopo il breve tour di luoghi che non avevo ancora visitato, mi diressi verso Oxford Street, via molto trafficata dove avrei incontrato un delegato di Scotland Yard. La gente sembrava catturata dall’incredibile numero di negozi, sempre pieni. Mi scappò uno sbuffo. Ho sempre odiato lo shopping. Di fronte al negozio di sushi, un uomo si ingozzava di uramaki. Sembrava aspettare qualcuno. Mi avvicinai, e mi riconobbe subito.
“Signorina Shepard?”. Annuii.
“Il mio nome è Michael Jones, Scotland Yard.” si presentò, porgendomi una mano, che strinsi.
“E’ un piacere, potervi aiutare. Spero sarò utile alle vostre indagini.”
“Oh, ne siamo certi, signorina. Prego, mi segua. Passeggiamo.”
Ci incamminammo lungo la via, che cominciavo già ad odiare. Lui continuava a mangiare il suo sushi, in una vaschetta blu, usando le bacchette.
“Immagino si sarà documentata sugli avvenimenti che ci hanno spinto a chiamarla.”
“Sì. Ho letto qualcosa su questo Spring-Heeled Jack. Ma pensavo fosse solo una leggenda ottocentesca.”
“Bé, mi dispiace doverla informare che sembrerebbe, invece, non esserlo affatto. In questi mesi, una ventina di individui in tutta Londra hanno denunciato un’aggressione da parte di un uomo vestito di nero, dal volto diabolico e gli occhi di fuoco, e capace di salti disumani.”
“Ricorda un po’ il Mothman americano. Immagino, non abbiate trovato nessuna prova dell’esistenza di quest’essere.”
“Altrimenti non l’avremmo chiamata, non crede?”
“E di che genere di aggressioni parliamo?”
“Oh, nulla di grave. Alcuni furtarelli di orologi, portafogli, collane, altre volte solo apparizioni volte a spaventare la gente. Di solito, prende di mira gente ricca e potente, fra cui anche i parlamentari. Ma è qui che viene il bello.” Finì il suo sushi e gettò la vaschetta in un secchio che trovammo strada facendo.
“Raccogliendo testimonianze in giro, pensiamo che questo Jack cerchi un po’ di imitare il vecchio Robin Hood. Ruba ai ricchi per dare ai poveri.”
“Dunque, compie buone azioni a modo suo. Interessante. Ha un primo indizio?”
“Sì. A quanto pare, colpisce maggiormente nei parchi, la sera.”
“Bene. Grazie mille.”
“Vuole una scorta, qualcuno che la accompagni e la protegga?”

Un passeggiata serale in Hyde Park restava sempre affollata. Per questo, decisi che ci sarei andata sul tardi. Infatti, come previsto, vi erano sì e no una decina di persone in tutto il parco. Camminai per alcuni minuti fra la fresca erbetta. Le panche erano invitanti, ma non potevo fermarmi. Rischiavo di congelare, nonché di restare bloccata in caso di attacco. Camminare era sicuramente una soluzione migliore. Osservavo inconsciamente i miei piedi avanzare, prima l’uno, poi l’altro. Quando mi resi conto di essermi distratta inutilmente, alzai lo sguardo di scatto. Lo strano essere era lì, di fronte a me, a pochi metri di distanza. Era un uomo di media statura, indossava un mantello nero che lo copriva quasi per intero, con sotto pantaloni e camicia neri. Il suo viso, anch’esso nero, deformato in un ghigno malefico, con occhi completamente rossi. Restò lì, fermo. Non si mosse di un millimetro. Grazie alla sua immobilità, riuscii a distinguerlo meglio. Il suo viso altro non era che una maschera, che, fra l’altro, copriva solo i suoi occhi. La sua bocca era scoperta, sebbene tinta di nero anch’essa. In testa, un copricapo aderente, adornato di piccole corna, copriva i suoi capelli. Si mosse.
Uscì fuori dal mantello una mano, coperta da un guanto nero, con artigli di ferro. La pose sul petto e si chinò in riverenza. Io restai lì ad osservare la scena senza muovere un dito. Quando si alzò, il suo sorriso era passato da malefico a beffardo. Cominciò ad avanzare lentamente verso di me. Mi feci forza, e gli parlai.
“Chi sei?” e si avvicinava.
“Perché aggredisci la gente?” e si avvicinava ancora.
“Rispondi. Perché?” e si avvicinava sempre di più.
“Cosa vuoi ottenere?” ed era già a  pochi centimetri dal mio viso. Io cercai di resistere, non distogliendo mai lo sguardo dalla terribile maschera. Continuai a parlare.
“Chi sei?” chiesi nuovamente. In uno scatto mi mise la mano alla gola. Pensai volesse strangolarmi, ma non lo fece. Mi prese il viso, stringendo con forza.
“Sei in arresto, Spring-Heeled Jack.” Dietro di lui, Michael Jones impugnava una pistola. L’uomo si voltò, ma prima che potesse saltare via, lo strinsi con tutta la forza che potei per trattenerlo, con le braccia attorno alla vita. Jack, si dimenò tentando di liberarsi. Michael si avvicinava, in una mano la pistola, nell’altra le manette. Nel panico assoluto, Jack saltò, trascinandomi con sé, prima sul terzo  piano dell’Hard Rock Hotel, poi saltò sul tetto di un palazzo accanto, poi svanimmo nella notte.

Quando aprii gli occhi, che avevo chiuso terrorizzata, quando mi ero resa conto di aver fatto un salto disumano, mi trovavo su un tetto. Vidi l’intera Londra, il Big Ben, il London Eye, il Tamigi sotto di me. Allora capii. Ero su una delle torri del Tower Bridge. Ed ero ancora stretta a quell’uomo. Una presa che non mollavo per paura di cadere.
“Shepard, penso che potrebbe anche lasciarmi, adesso.”
“Non è affatto divertente!”
“Pensavo di sì.” e si lanciò in una grassa risata. Pensai fosse un folle. Ma non mollai la presa. Tirai su un grosso sospiro, sentendo quel dolce profumo di fiori che emanava l’uomo. Jack mi prese delicatamente le mani, allargò la presa, e si girò a guardarmi, stringendo nuovamente le mie braccia attorno alla sua vita, e le sue attorno alla mia.
“Così sarà più comodo parlare, non crede?”
“Non so chi sei, né come mi conosci. Ma fammi scendere subito da qui.”
“Vuole che la butti giù?” chiese burlandosi di me. Lo fulminai con gli occhi.
“Senta, troviamo un accordo. Io la riporto giù, e lei smette di darmi la caccia.”
“Mi dispiace, ma non prendo accordi con i delinquenti.”
“Delinquente io? E perché? Perché rubo ai veri ladri della società e do da vivere ai poveri?”
“E’  vero che molti ricchi non sono affatto onesti. Ma non per questo, rubare diventa accettabile.”
“Ma non è di certo seguendo le loro regole, che il popolo potrà vivere equamente.”
“Mi pareva che anche la mafia fosse nata con lo scopo di rubare ai ricchi per dare i poveri. Guarda com’è finita.”
“Io non sono come loro. Io sono diverso.”
“Allora dimostralo combattendo le ingiustizie onestamente, senza abbassarti ai loro livelli.”
Questa volta, il suo sorriso era sincero. In quel momento, sperai di aver colto nel segno, e di averlo convinto a lasciar perdere il suo metodo di confronto con le ingiustizie. Mi strinse forte a sé. Chiusi gli occhi, immaginando che avremmo saltato di nuovo palazzi, ponti e quant’altro. L’aria mi accarezzava i capelli. Quando riaprii gli occhi eravamo sul tetto di un palazzo a Piccadilly Circus. Lui mi lasciò andare.
“Mi dispiace, Shepard. Incontrarci così non è mai piacevole. Un giorno riuscirò ad invitarla a cena.”
Dal mantello, scoprì una mano. Tolse via il guanto, e me la mostrò. Al mignolo, portava un filo rosso. Sbalordita, alzai la mia mano. Lo stesso filo rosso. Quello del destino.
“Te l’ho detto. Esisto e non esisto.”
Saltò via.

Agli agenti di Scotland Yard, dissi che non lo avevo visto in viso, che mi aveva lasciata su quel palazzo da sola, subito dopo la fuga imprevista, e che, se mi avessero tenuta aggiornata, lo avrei preso, prima o poi. 

Novembre 1, 2013
Il maglioncino rosa dell’autostoppista.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Era stata una magnifica festa di laurea. Una mia cugina aveva da poco concluso gli studi ed avevamo festeggiato tutti insieme, da gran famiglia qual siamo, in un locale poco fuori dalla città. Una cena sontuosa, una ballata frenetica, rivisitazioni video di tutti i traguardi raggiunti dalla festeggiata, torta, regali e buonanotte. Classica festa “a casa mia”.
Guidavo la mia auto sulla buia extraurbana, sulla strada di casa. Ero molto assonnata. Cominciai a pensare che mi sarei addormentata sul volante. Fortunatamente, il caso volle che vidi, in lontananza, un’autostoppista. Era una ragazza sulle 18 anni, dai riccioli d’oro, vestita per una serata in discoteca, con le scarpe in mano. Rallentai, e abbassai il finestrino del lato passeggero.
“Salve, serve un passaggio?”
“Sì, la ringrazio!”
Chiacchierammo per tutto il tragitto. Il suo nome era Josephine, era un’italo-francese. Si era già diplomata, ed era in cerca di lavoro. Io preferii non raccontarle tutto di me. Le dissi solo che svolgevo un lavoro di consulenza. Mi disse che era di ritorno da una festa, ma aveva avuto un litigio con il fidanzato, che l’aveva fatta scendere dall’auto e l’aveva lasciata lì. Aveva camminato per circa un’ora, quando arrivai.
Quando, finalmente, arrivammo sotto casa sua, mi salutò, ringraziandomi di cuore per il disturbo. Scese giù senza rimettersi i tacchi, aprì la porta ed entrò.
Ripartii, con l’ansia d’arrivare presto al mio letto. Non potevo credere che esistesse ancora gente del genere. La cavalleria era morta e sepolta, oramai. Il suo ragazzo doveva essere davvero un tipo insopportabile ed orgoglioso.
Parcheggiai l’auto negli spazi appositi disegnati proprio sotto il condominio. Spensi l’auto, e, prendendo la mia borsa sul sedile, mi accorsi che Josephine aveva dimenticato il suo maglioncino rosa. Sperando di ricordare, l’indomani, quale fosse il suo indirizzo, lo presi, e lo portai su con me. Con una sciacquata al viso, ed una spazzolata ai denti, sfrecciai sotto le coperte ancora congelate.

L’indomani mattina, presi quel maglione. Prima di andare in visita a mio fratello, avrei riportato l’oggetto alla proprietaria. Fortunatamente, il navigatore aveva memorizzato l’indirizzo della casa, altrimenti sono certa che non lo avrei mai ricordato. Scesi dall’auto col maglione in mano, e suonai. Mi rispose una voce di donna.
“Salve, signora. Sono Claire, la ragazza che ha accompagnato ieri sua figlia a casa. Ho il suo maglione, qui.”
Mi riattaccò il citofono in faccia senza dir nulla. Sentii dei passi nella scala, correre velocemente. Temetti avrebbe fatto un capitombolo. Invece, sana e salva, la signora spalancò il portone. Somigliava tantissimo alla figlia. O la figlia somigliava a lei, in effetti. Sembrava arrabbiata.
“Cosa diavolo vuole, anche lei?!” mi sbraitò contro. Non sapevo che dire.
“Non so cosa succeda qui, signora. Sono semplicemente venuta a restituirle questo. Ieri sera, Josephine..”
“Non può essere! Lei sta mentendo!” continuò ad urlare. I vicini di casa si affacciarono, spaventati. Ma, dalle loro facce un po’ seccate, supposi non fosse la prima volta che accadesse.
“La prego, signora, di cosa parla?”
La donna, cercando di trattenere le lacrime, si pose una mano sulla fronte, disperata.
“… La prego, mi scusi. Entri pure.”
Mi accomodai in cucina. Sedetti su una delle sedie che circondavano il tavolo al centro. Quella cucina sembrava non esser stata riordinata da decenni. La signora aveva già preparato il caffè, prima di scendere. Me ne offrì una tazza, che non potei rifiutare. Si sedette anche lei, sospirando profondamente.
“Mi perdoni, ma è accaduto spesso, ultimamente.”
“Si spieghi meglio.”
“Ecco. È impossibile che mia figlia le abbia lasciato quel maglione. Lei è morta 7 anni fa.”
Ero senza parole. Prima non me ne ero accorta, ma, poggiata su un mobile alle sue spalle, vi era una foto di madre e figlia. Era proprio lei. La ragazza che avevo riaccompagnato ieri notte, era proprio lei. E, nella foto, indossava lo stesso maglioncino che mi aveva lasciato in auto.
“Signora. Mi dispiace davvero tanto per la sua perdita, ma..” Tirai anch’io un sospiro, sperando che la signora non mi inveisse di nuovo contro.
“Ma io sua figlia l’ho vista e riaccompagnata davvero. Questo maglioncino è realmente suo. Lo indossa anche in quella foto alle sue spalle.”
La signora corresse il proprio caffè con un liquore che aveva lì, poggiato sul tavolo, accanto a sé. Lo bevve tutto d’un sorso.
“7 anni fa, mia figlia era andata ad una festa. Mentre tornava a casa, ebbe un litigio con il suo ragazzo. Quel figlio di buona madre, la lasciò lì, in mezzo al nulla, su una strada completamente buia, al freddo. Credo non mi chiamò per non mettermi in allarme, non so. Comunque, decise di fare l’autostop. Un camionista le diede un passaggio, ma, a quanto pare, si fermò in una zona desolata, in mezzo ai campi, la stuprò e la picchiò a morte. Un anno dopo, riuscirono ad incarcerarlo.”
Raccontò la terribile storia della morte della figlia in lacrime, con lo sguardo basso, perso nel vuoto. Quando ebbe terminato, mi guardò. Non era solo distrutta, ma disperatamente terrorizzata. Si alzò, prese una sigaretta dal pacchetto poggiato sul lavapiatti, la accese. Si sedette di nuovo, nervosa.
“Mi creda, lei non è la prima ad esser venuta a casa a riportarmi quello stesso maglioncino. Questa situazione si ripete ogni anno, nella settimana dell’anniversario della sua morte.”
Le presi la mano. Sapevo che era spaventata. Aveva anche la paura, da aggiungere all’angoscia di una parte di sé perduta per sempre.
“Mi dica, lei è mai andata lì, sul luogo del reato?”
“Sì, certo che ci sono stata.”
“E, per caso, ci è andata di notte?”

La radio suonava musica davvero fin troppo rilassante. In piena notte, avrebbero fatto addormentare qualunque automobilista, causando incidenti. Ma, non riuscivamo a trovare argomenti da discutere. Quella donna era troppo in ansia per parlare. Ed io non avevo di certo voglia di dare legna al fuoco. Continuai a guidare fin dove avevo prelevato, la notte prima, quella ragazza. Vidi la signora spalancare la bocca, e mettersi le mani di fronte, come per bloccare un qualunque urlo le sue corde vocali avessero prodotto. Lei era davvero lì, con il maglione rosa in una mano, e l’altra impegnata a tenere un pollice in su. Accostai. La donna uscì dall’auto, in fretta e furia. Io restai lì al volante, osservando la scena. La ragazza e la madre si abbracciarono, entrambe in lacrime.
Cosa si dissero, non lo so dire.

Ottobre 31, 2013
Il filo rosso del destino.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Ti è mai capitato di svegliarti, una mattina, e scoprire di avere qualcosa che prima non avevi?
Di sicuro sarà successo a molti ubriaconi, e molti strafattoni. Ma, questa volta, è successo anche a me, che non sono né l’una, né l’altra cosa.

Ero uscita per una bella colazione al mio bar preferito, il Blue Palm. Il giorno prima avevo ricevuto una chiamata da una donna, disperata per l’ossessione di un uomo che si trovava tutte le notti fuori dalla propria casa, un uomo che nessuno oltre lei vedeva. La donna mi aveva chiesto di andare da lei, in Cina. Avrei dovuto prendere un aereo, quel giorno, per un lungo, lungo viaggio. Ma non potei resistere alla tentazione di una buona colazione in città. Ordinai un buon cappuccino. Fino ad allora, non me ne resi conto. Quando sollevai la tazza con la mano sinistra, gli occhi caddero sul dito mignolo. Attorno, avevo un filo rosso legato. Mi chiesi come avessi potuto mai ritrovarmi quel filo al dito, supponendo di esser semplicemente stata sbadata. Tentai di sciogliere il nodo. Inutilmente. Allora chiesi alla cameriera se avesse una forbice, in modo da tagliarlo via. Incredibilmente, la forbice si spezzò. Il filo rimase intatto. La cameriera era spaventata.
“Sarà un filo di titanio?” disse con voce flebile.
Mi strinsi nelle spalle. Non sapevo cosa fosse. E non sapevo come rimuoverlo. In ogni caso, non avevo tempo per pensarci. Dovevo partire.

Shanghai è una città molto futuristica, considerata la scarsa situazione economica di metà del paese asiatico. Enormi grattacieli, hotel di lusso, giardini immensi. Tutte le caratteristiche tipiche delle grandi città occidentali. Ma in oriente. E con gli occhi a mandorla.
Ammetto che, quando arrivai in Cina, mi aspettavo di vedere tutt’altro.
Seguendo le indicazioni della donna che mi aveva chiamato, riuscii ad arrivare alla sua porta. Sembrava una di quelle casette di periferia americane, con giardino e garage. Mei Hua mi aspettava sulla soglia. Mi fece accomodare. Chissà che mi aspettavo. La casa era molto più occidentale di quanto immaginassi, e non solo all’esterno.
“Dunque, Mei Hua, mi dica, qual è il suo problema?”
“Ecco, ogni sera, quando il sole è già calato, un uomo si apposta davanti alla mia casa. Non si è mai avvicinato, non tenta mai di entrare. Resta solo lì ad osservare la casa. Non so più che fare. Mi deve credere, almeno lei.”
“Ha chiamato la polizia?”
“Sì, e lui era lì quando sono arrivati. Ma loro non lo vedevano. Nessuno lo vede, tranne me.”
“Capisco. E, posso chiederle chi le ha consigliato di chiamarmi?”
Mei Hua prese in mano il suo portatile, già acceso, su una pagina web.
“Vede, questo è un annuncio che ho postato su Internet. Un utente italiano, come lei, mi ha consigliato di chiederle aiuto. Allora, ho fatto un po’ di ricerche. E ho scoperto cosa fa.”
“D’accordo. Allora, cos’altro mi può dire?”
“Nulla. L’unica volta che ho provato ad uscire di casa per parlare con quell’uomo, non l’ho visto. Ma, appena sono rientrata in casa, lui era di nuovo lì. Da allora, sono troppo spaventata. Non esco mai la sera.”

Quella notte, la trascorsi con Mei Hua. Dalla finestra, potei scorgere la figura di quell’uomo. Presi la fotocamera che avevo portato con me, e scattai un paio di foto. Provai una profonda delusione, mista a rabbia. Ma cercai di restare calma. Non era la prima volta che mi accadeva, ma la prima che mi accadeva in un paese così lontano. Chiamai Mei Hua, e le mostrai le foto. Quello che a lei era sempre parso un uomo, e che nessuno, oltre lei, vedeva, altro non era che un albero, la cui forma, alla luce della luna, ricordava quella di un uomo. Mei Hua, dapprima incredula, dispiaciuta immensamente per il disguido, mi pagò qualcosa in più, per l’inutile viaggio che avevo dovuto affrontare, promettendomi di esser a mia disposizione per qualunque cosa.
Stavo per lasciare casa sua, aprii la porta d’ingresso, e salutai alzando la mano sinistra.
“Aspetti! Un momento!” mi bloccò lei, prendendomi la mano.
“Ma questo, è il filo rosso del destino, vero?”
La guardai sottecchi. Filo del destino? Cosa sapeva?
“In verità, mi sono svegliata una mattina con questo filo al dito. Non so cosa sia. Non riesco a toglierlo.”
“Allora è proprio lui!”. Tornammo ad accomodarci in salotto.
“La leggenda cinese, vuole che un giorno, un giovane che cercava moglie incontrò un signore che diceva di venire dall’aldilà. Gli disse che avrebbe sposato un donna, ma avrebbe dovuto aspettare 14 anni, perché ella ne aveva soltanto 3. Così, si fece accompagnare per vederla, ma deluso alla vista della bambina vestita di stracci, la fece colpire in mezzo agli occhi con un coltello. Un giorno, il governatore gli offrì la propria figlia in sposa. Ella nascondeva la fronte, ed un giorno gli confessò della cicatrice che le aveva provocato un uomo che aveva tentato di ucciderla. Entrambi, si dice, portassero il filo rosso del destino, che lega ognuno di noi con la propria anima gemella.”
Mi grattai la testa. Abbassai lo sguardo, tentando di trovare una logicità.
“Mi perdoni, ma io non capisco. Perché io posso vedere il mio filo, dunque? Ed anche lei, evidentemente.”
“Sono sinceramente dispiaciuta, ma non ne ho idea.” Andò in cucina, e tornò con una bottiglia di vino. La stappò, e ne versò il contenuto in due bicchieri. Me ne offrì uno. Bevvi un sorso. Ne bevve uno anche lei, con conseguente sorriso da “lampo di genio” stampato in faccia.
“Forse, il suo filo è apparso perché lei ha incontrato la sua anima gemella, e non l’ha riconosciuta.”
“Guardi, di persone ne incontro tantissime ogni giorno. Come faccio a sapere chi è la persona che possiede l’altro capo del mio filo?”
“Il destino è misterioso, signorina Shepard. Forse lei si trova qui, in questo momento, per un preciso motivo. Anche se pensa che questo viaggio sia stato una perdita di tempo, a causa mia.”
“Cioè, la mia anima gemella si trova in Cina?”
“Dovrà scoprirlo lei, Shepard.”

Non pensavo di poter tanto amare un letto. Mi lanciai fra i guanciali dell’hotel, godendo della morbidezza di quel materasso. Ero stanca. Un intero viaggio a vuoto, ed un filo a cui non sapevo chi fosse collegato. Mi chiesi anche come potessi credere ad una simile leggenda, e mi risposi che non potevo non crederci, con tutto ciò di assurdo che avevo visto al mondo.
Mi cambiai e, in tenuta da notte, mi sdraiai sul soffice letto, osservando Shanghai dalla finestra, al buio. Stavo per addormentarmi quando pensai all’annuncio che mi aveva mostrato Mei Hua. Questo è un annuncio che ho postato su Internet. Un utente italiano, come lei, mi ha consigliato di chiederle aiuto. Un utente italiano. Italiano.
Ma certo! Ricollegai tutto. Presi il cellulare in mano. Chiamai Mei Hua.
“Senta, Mei. Per caso, quell’utente italiano di cui mi ha parlato le ha detto anche di conoscermi?”
“Bé, sì, mi ha detto di averla conosciuta personalmente. Disse che potevo fidarmi.”
“Le ha detto anche il suo nome o da dove veniva?”
“No, mi dispiace.”
“Capisco. Bé, la ringrazio comunque.”
“Aspetti, aspetti! Mi ha appena inviato un messaggio.”
“La prego, legga ad alta voce.” Attesi in silenzio che Mei Hua parlasse. I 20 secondi più lunghi che avessi mai aspettato.
“C’è un allegato. È la foto di una mano, con un filo rosso al dito. Il messaggio dice: Se Shepard è lì, con lei, le dica che aspetto il giorno in cui ci rivedremo. Esisto, e non esisto.

Non potevo crederci.

Ottobre 31, 2013
Le zucche accese di Jack O’Lantern.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente. 

Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Impazzava un freddo autunno irlandese, a Dublino. Mentre tutti gli abitanti del luogo sembravano resistere, io morivo congelata ogni volta che mi azzardavo a mettere un piede fuori dall’appartamentino che avevo affittato per trascorrere lì il mitico periodo di Halloween.
In pochi ne sono a conoscenza, e attribuiscono questa festa alla neo nata America. Eppure, la festa delle zucche mette radici nella verde Irlanda.

Online, avevo conosciuto un ragazzo irlandese, un certo Mike O’Sullivan. Era stato lui a parlarmi delle vere origini di Halloween e ad avermi invitata a Dublino. So bene che non dovrei fidarmi delle gente conosciuta su Internet; infatti non dissi nulla a Mike, della mia partenza per la sua città. Semplicemente, presi un aereo e volai direttamente lì. Quando sarebbe arrivato il momento della festa, lo avrei chiamato. E quel momento arrivò molto velocemente.

Mi stupii della velocità con cui Mike mi organizzò tutto il tour d’Halloween in una sola mattina.
Quella sera, mi portò  in giro per le vie di Dublino. Bambini travestiti, accompagnati dai genitori, bussavano alle porte dei vicini e chiedevano dei dolcetti. Erano così carini. Perfino alcuni adulti di travestivano. Così come anch’io avevo fatto, supplicando Mike di collaborare.
Mi ero vestita da Cappuccetto Rosso, con una mantellina ed una gonna rosse, ed un corpetto che mi soffocava nero. Erano anni che non mi travestivo! Mike, invece, si era limitato ad un lungo mantello nero ed un maschera che gli copriva gli occhi. Non riuscì neppure lui a spiegarmi cosa rappresentasse.

Nel centro della città, una parata di carri con gente che ballava mentre camminava, e tracannava birra. Li seguimmo per un po’. Abbastanza da poter notare la presenza eterea di un uomo coperto da una mantella nera, con una lanterna in mano. Sembrava solo. Non rivolgeva parola a nessuno. Ma guardava me. Mike mi prese per mano trascinandomi in mezzo alla folla, e distraendomi per un attimo. Quando tornai a posare lo sguardo su quell’uomo, non lo vidi più. Si era dissolto nel nulla.

La parata durò ancora a lungo, quando io e Mike tornammo a visitare le strade di Dublino. Dopo una passeggiatina, mi ritrovai di fronte ad una birreria. Mike sembrava in fibrillazione. Osservai da dietro i vetri di una finestra. Gente vestita per la festa, ballava e beveva all’interno del locale. Era chiaramente una festa per soli adulti. Mike mi trascinò dentro. Ordinammo birre alla spina, bevemmo e ci unimmo ai festeggiamenti della gente del locale.

Coi piedi a pezzi, mi fermai un momento accanto al bancone. La bellezza dei tacchi era anche la loro maledizione. Mike, ormai sbronzo, non si fermò. Credo non avesse nemmeno notato che mi ero fermata. Continuava a saltare, cantare, e bere. Ero felice di vederlo così gioioso. Quando salì su uno dei tavoli per dirigere l’orchestra sbronza ai suoi piedi, ebbi la certezza che avrei dovuto riportarlo a casa di peso. Decisi di smettere di bere, e mi sedetti sullo sgabello, appoggiando i gomiti al bancone. Il barista, unico sobrio della festa, oltre me, attaccò bottone, mentre asciugava un boccale con una pezza.  
“Il suo amico ormai è andato, dico bene?”
“Oh, dice benissimo. Dovrò riportarlo a casa io.”
Il barista scoppiò in una sonora risata.
“Si vede che lei non è irlandese. Altrimenti sarebbe abituata a vedere simili scene!”
“Sa, più che altro non sono abituata a dover riportare a casa uomini sbronzi.”
“Bé, c’è sempre una prima volta..!” mi rispose, riponendo il boccale sotto il bancone. Mi porse la mano.
“Il mio nome è John Kane.” Ero dubbiosa. Ma gli strinsi la mano. Del resto, era l’unica compagnia sobria in tutto il locale, ora che Mike si era completamente lasciato andare.
“Io sono Claire Shepard, è un piacere.”
“Oh, lei è la signorina Shepard! La sua fama la precede!”
“Perfino in Irlanda.. Non lo avrei mai detto.”
“Mi creda, lei ormai sta diventando famosa, almeno qui in Europa. Le voci girano in fretta!” continuò, prendendo lo sgabello accanto alla cassa e sedendosi.
“Dunque, cosa la porta qui? Misteri, apparizioni, omicidi? Mi dica, sono curioso.”
“Le sembrerà strano, ma sono qui in vacanza, in realtà.”
“Oh, peccato. Speravo di poter partecipare ad una delle sue avventure!” disse con ironica delusione.
“Magari, un giorno, ce ne sarà occasione.” risposi. Mi voltai un attimo, alla ricerca di Mike. Lo vidi danzare ancora sul tavolo, sbraitando frasi a me incomprensibili. Ma la mia attenzione fu catturata da altro. Alle spalle di Mike, c’era una finestra. Fuori, un uomo con una lanterna mi osservava. Fece per andarsene.
“Scusami!” dissi al barista John, saltando dallo sgabello e correndo fuori dal locale. Svoltai l’angolo. Vidi quell’uomo di spalle andare via. Gli corsi dietro. Lui svoltò a destra, in un vicolo. Ma, appena svoltai io, di fronte a me non c’era altro che un muro, ed un secchio dell’immondizia. Sbuffai, e mi voltai per ritornare al locale. Ma il mio naso si scontrò contro un petto duro come il marmo. Arretrando, alzai lo sguardo. Era l’uomo incappucciato.
“Chi sei? Hai bisogno di aiuto?” gli chiesi. Lui mi mostrò la lanterna a forma di zucca, e si avvicinò. Io non mossi un dito. Le sue labbra sul mio orecchio.
“Vieni alla cattedrale di San Patrizio.” sussurrò. E mi passò accanto.
“Shepard! Che succede?” mi urlò John, che era appena spuntato da dietro al vicolo, dopo avermi seguita. Io mi rivoltai verso il muro. Quel tizio non era lì. Guardai John.
“Credo che, stasera, avrai l’onore di partecipare ad una delle mie stramberie.”

Lasciammo Mike dormire sul retro dell’auto. Io e John ci trovammo alle porte della cattedrale di San Patrizio, provvista di un meraviglioso quanto inquietante, di notte, giardino con fontanella. Ci avviammo verso l’entrata. Pensavamo di trovarla chiusa, in piena notte. Ma le porte erano socchiuse. Entrammo. La navata centrale era stracolma di sedie. Su ogni sedia, si trovava una lanterna accesa. Seguita da John, avanzai lungo la navata, verso l’altare, osservando ogni singola sedia. L’unica a cui mancava una lanterna, si trovava nell’ultima fila a destra, dando proprio sul corridoio di mezzo.
“Claire..” chiamò il barista, con voce tremolante.
L’uomo era lì, in piedi, di fronte all’altare. Alzò la lanterna.
“Ne avete una?” chiese, con voce altisonante. Guardai John, nella speranza di una risposta affermativa. Lui annuì, e corse fuori dalla cattedrale.
“Qual è il tuo nome?”
Scese giù dall’altare, e mi si avvicinò. Si sedette sull’unica sedia vuota, e tolse il cappuccio dalla testa. Mostrava una mezza età ormai sorpassata, con occhi verdi, e barba e capelli rossi che adornavano un viso lentigginoso, e sfrontato.
“In giro per il mondo, sono ormai conosciuto come Jack O’Lantern.”
“Cosa ci fa qui?”
“Aspetto l’ultima preghiera per la mia anima. Dopodiché, potrò lasciare questo mondo.”
“Cosa vuol dire? Mi spieghi, la prego.” e mi sedetti a gambe incrociate sul pavimento.
“Molti anni fa, ingannai il Diavolo. Riuscii a fargli promettere che non mi avrebbe mai più cercato. Ma quando morii, non fui accettato né in Paradiso, né, ovviamente, all’Inferno. Da allora, vago per la città di Dublino, in cerca di preghiere caritatevoli che mi permettano di andare almeno in Purgatorio.”
Ancora una volta mi trovavo davanti ad uno spirito dannato. Collegai subito le lanterne alle singole preghiere che aveva chiesto Jack. Mi alzai, e mi diressi verso l’altare. Mi inginocchiai e cominciai a pregare per la sua anima. In quel momento, entrò John con una lanterna in mano. Conclusi la mia preghiera, e presi quella lanterna. La accesi. Jack si alzò dalla sedia. Prima di porre la lanterna sulla sedia, guardai lo spirito.
“Sei sicuro che tutto ciò basterà?”
“No. Ma lo spero con tutto il cuore.”
Incerta, posi la lanterna accesa sulla sedia. Alle spalle di Jack apparve una luce bianca, di una luminescenza indescrivibile. Mi sorrise. Mi ringraziò. Subito dopo, sparì nella luce.

Usciti dalla cattedrale, al suono dei terribili versi di Mike ancora dormiente, John mi circondò le spalle con un braccio.
“Chi era quell’uomo? Un fantasma? Un spirito maligno? Quindi, lo faremo ancora? Dico, trovare anime e, non so, farle passare oltre?”. Incrociammo gli sguardi. Lui in attesa di risposte.
Gli sorrisi soltanto. Guardai l’auto.
“E adesso cosa facciamo con Mike?”

Ottobre 29, 2013
Il Casanova della vita eterna.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Un mattino mi svegliai e pensai a Venezia. Mi resi conto che era una delle poche città d’Italia che non avevo ancora visitato. Chiesi ad una mia ex collega universitaria ormai stabilitasi nella città laguna se potesse ospitarmi. Benita non rifiutò, anzi fu lieta di avere un’ospite.
Che città meravigliosa, è Venezia. Attraversata da tutti quei corsi d’acqua, su cui vagano le classiche gondole di legno, guidate da gondolieri a strisce rosse e bianche.
Benita mi ospitò nel suo modesto appartamento che si affacciava sul Canal Grande da un lato, e sul giardino Papadopoli dall’altro. Avrebbe tanto voluto farmi da guida, per la mattina, ma aveva un lavoro da consegnare, per cui mi chiese se potessi fare un giretto nei dintorni ed incontrarci in seguito in un ristorantino. Accettai di buon grado.

Mi avviai per una passeggiata in quel giardino accanto all’appartamento.  Chi avrebbe mai immaginato un giardino tanto bello! Ornato da numerose panchine per chi aveva voglia di rilassarsi all’ombra dei verdi residenti, e statue. Ma, disorientata, sbagliai strada, ed uscii presto da quel paradiso smeraldo. Un ponte attraversava il canale. Vi salii, e mi fermai ad osservare le acque scure. Non so, ma credo sperassi di veder passare se non un gondoliere, almeno un pesce.
“Se spera di vedere pesci in questo canale, signorina, ne resterà delusa.”
Una voce bassa e calda mi si rivolgeva senza alcun segno di nervosismo o indugio. Mi voltai a guardare il mio interlocutore. Era un uomo alto, dalla carnagione chiara, i capelli corti color biondo cenere, profondi occhi scuri, e dotato di un particolare sorriso che nascondeva malizia. Non gli risposi che con un sorriso di cortesia.
“Lei non è di qui, vero?”
“Lo deduce dalla mia insensata ricerca di vita marina in un canale, immagino.”
L’uomo rise con gusto.
“Bé, in realtà non si tratta solo di questo. In realtà, le si legge in faccia la sua provenienza.”
Si appoggiò al corrimano sul bordo del ponte, al mio fianco, osservando prima le acque, e poi me, in cerca di una qualche reazione particolare. Mi chiesi che cosa volesse quel tipo, sperando che l’indifferenza lo allontanasse. Futilmente.
“Per quanto tempo pensa di trattenersi in questa città?”
“Non per molto. Il tempo necessario.”
“Necessario per cosa?”
“Per visitarla.”
“Allora, il tempo potrebbe non bastarle mai. Io vivo qui da molti anni, eppure, mi sembra ancora di non conoscerla, questa benedetta città.”
Nei suoi occhi lessi un misto di rabbia e tristezza. Sembrava un uomo fra i 25 ed i 30 anni, eppure, nel suo tono di voce, c’era un che di saggio e vissuto. Era un tipo inquietante, e curioso al contempo.
Mi guardò sorridendo, e mi tese una mano.
“E’ stato un piacere conoscerla, signorina Shepard. Ci incontreremo di nuovo. Molto presto.”
“Anche per me, signor…” ma non ebbi il tempo di finire la frase, né di chiedermi come si chiamasse o come conoscesse il mio nome. Si era già avviato per la sua strada.

Avevamo deciso di incontrarci in un ristorante di cui mi aveva poi dato le coordinate. Benita era già seduta ad un tavolo per due. Ordinammo subito un bel piatto di pasta. Lei mi parlò del suo lavoro, della traduzione di un’opera che aveva appena consegnato e di come vivesse lì, a Venezia. Io le parlai del mio bizzarro lavoro, della mia casa sempre in disordine e dei miei continui viaggi. E non resistetti dal raccontarle dallo strano evento mattutino.
“.. Mi chiedevo se, magari, lo conoscessi.”
“Da quando vivo qui, ho conosciuto molta gente, ma mai nessuno così strambo da non presentarsi nemmeno.”
“Mi ha stranito molto il fatto che mi conoscesse. Ed anche che fosse sicuro che ci saremmo incontrati di nuovo.”
Benita si fece pensierosa. Tolse gli occhiali e diede una pulita alle lenti.
“Non so dirti. Ma come fai ad attirare tutte queste stranezze?”
“Me lo chiedo da sempre.”

Concluso il pranzo, mi accompagnò in giro per la città, pagandomi perfino un giro in gondola. Arrivata la sera, chiamò un paio dei suoi amici, e ci preparammo per un’uscita al pub. Le strade veneziane, con la luna, sembrano particolarmente enigmatiche. Decisi che vi sarei tornata per il famoso Carnevale.
Arrivate, mi presentò i suoi amici di cui dimenticai all’istante i nomi, ed entrammo. Era un pub davvero grande, con un’illuminazione soffusa. Ci accomodammo ad un tavolo circondato da divanetti in pelle nera. Arrivò una cameriera. Ordinai una birra per me, ed un Long Island per Benita. In quel momento, lasciai che il mio sguardo vagasse fra la gente seduta agli altri tavoli, o in piedi a conversare, piuttosto che guardare la cameriera che, svelta, scappò a prendere altre ordinazioni. Lo vidi lì, in piedi, accanto al bancone del bar. Chiacchierava con una donna dai lunghi capelli neri ed un vestito rosso, ed un uomo in giacca e cravatta. Anche lui era elegantemente vestito.
“Benita, Benita..!” sussurrai, sgomitando. “E’ lui, quello con il vestito nero e la cravatta rossa..!”
“Sembra un bel tipo, cara Claire..! Vai a parlargli e scopri chi è.” mi suggerì.
Io, senza staccargli gli occhi di dosso, sentii come un brivido. Quel tizio mi incuriosiva, ma avevo una strana sensazione nei suoi confronti. Lui si accorse di me. Alzò il bicchiere in segno di saluto, accompagnandolo con un sorriso. Io sorrisi debolmente, e dissi a Benita che avevo bisogno di andare in bagno. Mi avviai verso lo stretto corridoio che si divideva in due. Entrai, e mi soffermai sullo specchio. Mi vidi agitata, imbarazzata. Mi dissi che stavo rendendomi ridicola, ed uscii nuovamente. Lui era lì, ad aspettarmi.
“Le avevo detto che ci saremmo rivisti.”
“Come sapeva che sarei stata qui?”
“Diciamo che sono un bravo investigatore.”
“Che fa, mi pedina? Come conosce il mio nome? Chi è lei?” farfugliai nel panico. Avevo il terrore che potesse farmi qualcosa. E non ero molto brava nell’autodifesa.
“Si calmi, Shepard. Il mio nome è Giacomo. Lei è famosa, qui, a Venezia. E, stia tranquilla, non oserei mai pedinare una fanciulla. Sono un gentiluomo, io.”
Non sapevo cosa fare o dire. La sua calma mi spiazzava, anche più del suo sguardo malizioso.
“Non mi ha detto, però, come faceva a sapere che sarei venuta a Venezia.”
Mi sorrise, mi prese per mano e mi trascinò fuori dal locale, senza che potessi prima avvisare la mia amica. Mi chiese di passeggiare con lui. Camminammo per un po’, chiacchierando. Camminavo il più piano possibile per evitare di allontanarmi troppo dal locale.
“Sa.. Sento un peso, sulla mia coscienza. Un peso enorme che sostengo da anni, ormai. Lei non immagina quanti.”
“Perché me ne parla?”
“Io so in cosa consiste il suo lavoro – se così si può definire, comunque. So che lei svela misteri e leggende fasulle in giro per il mondo. E, prima che scopra il mio segreto, sarò io stesso a rivelarglielo, nella speranza che decida di non farne parola con nessuno.”
Aveva improvvisamente assunto un tono serio. Nella mia mente si facevano strada deduzioni su omicidi, relazioni illecite e immorali, appartenenza a logge massoniche o sataniche. Sì, sempre più assurde.
“Io sono uno scrittore, un poeta, un avventuriero, un ex agente segreto. Sono famoso per le mie innumerevoli relazioni amorose. Un giorno, cominciai a praticare l’alchimia insieme ad un mio caro amico, che aveva fama d’esser un mago.  Ci incontrammo nello squero di San Trovaso. Era riuscito a trovare la soluzione per la vita eterna. O almeno, così supponeva. Ma era troppo spaventato per provare quel siero. Così, decisi di provarlo io stesso. Era il 1778.”
Allibita, spalancai la bocca, senza parole. Cominciai a balbettare, incapace di spiegarmi l’appena avvenuta confessione, camminando in avanti e indietro. Lui, ridendo, mi prese per le spalle e mi fermò. Mi baciò, gentilmente. Mi accarezzò il viso.
“Io esisto, e non esisto. Spero vorrai mantenere il segreto. Grazie.”

Negli ultimi giorni trascorsi a Venezia, non lo incontrai più. A Benita, dissi che ero uscita dal bar per prendere un po’ d’aria, ma avevo camminato troppo. Di quell’uomo, le raccontai solo che aveva lasciato il locale ancor prima che uscissi.

Non le dissi mai che, quello strano quanto affascinante uomo, la cui leggenda narrava che avesse scoperto come vivere in eterno, era Giacomo Casanova.

Ottobre 29, 2013
Il Cavallo senza Testa di via dei Crociferi.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Una mia cara amica, Hilary, mi invitava spesso e volentieri a passare una settimana da lei, a Catania. Studiava lì, ormai, da tre anni, e stava per concludere gli studi. Dopo l’ennesima offerta, decisi di accettare. Armi e bagagli, e mi diressi verso la più  grande città universitaria siciliana, oltre a Palermo, a bordo di un autobus.
Scesa alla stazione, Hilary mi accolse con un abbraccio e, fra un autobus di linea e l’altro, riuscimmo ad arrivare in un vicolo dietro la chiesa di San Benedetto, dove aveva affittato una stanza in un appartamentino. Da lì, si arrivava velocemente all’università e alla biblioteca. Sembrava un appartamento vecchio, con quelle mattonelle marroncine alle pareti della cucina, e quel pavimento maculato sempre marrone. Per non parlare dell’incredibile puzza di muffa. Hilary mi spiegò che avrebbe dovuto trascorrerci solo pochi mesi, per cui aveva deciso di sopportare l’anzianità della casa. Con lei, vivevano altre due ragazze che, mi spiegò, non erano mai in casa. Dopo aver sistemato le valigie nella sua stanza, uscimmo.
Un bel caffè in un bar, una passeggiata in via Etnea. Poi, lei dovette andare in facoltà ed io la seguii a lezione. Tre ore di ritrovamenti archeologici, con tutto l’interesse che potessero provocarmi, si rivelarono pesantemente soporifere. Mi ritrovai a camminare di nuovo per le strade della città barcollando dal sonno. Mentre Hilary, ovviamente, era in fibrillazione.
Ritornate a casa, preparammo da mangiare per il pranzo e trascorremmo l’intero pomeriggio parlando di vecchi ricordi. Al mare, in vacanza in Sardegna, in Inghilterra. Ne avevamo passate tante insieme.

Arrivò la sera. Molti degli amici studenti di Hilary, quella settimana, erano lì a Catania. Con un paio di chiamate, avevamo già una serata pronta. Dopo esserci coperte per bene con strati di vestiti, uscimmo di casa. Dovevamo dirigerci verso via Pulvirenti. Suggerii di passare attraverso le stradine, invece che dalla grande via Vittorio Emanuele, supponendo di impiegarci meno tempo. Ma Hillary si oppose con fare turbato.
“Non possiamo passare da lì. Non so cosa succeda di preciso, ma mi hanno detto che in quella via è morta una persona e non si sa come. Dicono sia pericolosa. Passiamo dall’altra parte.”
“Andiamo..!” insistetti. “Sono solo dicerie! E poi si sa che Catania è tutta pericolosa. Guarda, è perfino illuminata! Non vedo che pericolo possa mai esserci. La gente muore dovunque.”
Hilary sospirò. Credo abbia pensato che, in fondo, avessi ragione. Inoltre, non passando mai per quelle stradine, si era persa una pillola di cultura catanese, non visitando la chiesa di San Benedetto. Si fece coraggio.
“Ma sì. Andiamo. Con la scusa, posso finalmente vedere la chiesa di San Benedetto.”
Ci avviammo fra quelle viuzze dall’aspetto ottocentesco, con strade in pietra. La chiesa di cui parlava Hilary si trovava lì, appena svoltato l’angolo. Alzai lo sguardo e scorsi il nome della via inciso su una mattonella appesa al muro: via dei Crociferi. La singolarità di quella strada era rappresentata da un arco che la attraversava. Mi ricordai di aver già sentito parlare di quell’arco.
Ma non ebbi il tempo di pronunciare alcun pensiero ad alta voce. Le luci dei lampioni ai bordi della strada diventarono intermittenti. Hilary mi guardò terrorizzata.
“Sbrighiamoci, andiamo!” mi intimò, prendendomi la mano e lanciandosi in una furiosa camminata. La fermai.
“Aspetta..” bisbigliai, facendole segno di far silenzio.
In lontananza, il suono di un galoppo. Mi voltai verso l’arco. Potei distinguere la figura di un cavallo che trottava. Si accorse della nostra presenza e si voltò verso di noi. Un cavallo senza testa. Hilary cominciò a mormorare un oh, mio Dio dopo l’altro. Le presi la mano.
“Corri!” le urlai, spingendola verso le altre stradine. Con la coda dell’occhio vidi il cavallo correre verso di noi. Continuammo a correre, e a correre, finché non spuntammo in via Vittorio Emanuele. Vedemmo la gente passeggiare tranquillamente, sotto le luci della strada. Ci voltammo contemporaneamente. Il cavallo non c’era più.

Come se non fosse accaduto nulla, trascorremmo la serata con gli amici. Non raccontammo a nessuno dell’accaduto.
L’indomani mattina, mentre lei tornava a seguire le sue lezioni, io decisi di indagare sugli eventi della notte precedente. Preoccupata, Hilary mi chiese di lasciar perdere. Ma era il mio lavoro, occuparmi di eventi bizzarri. Non insistette più di tanto. Mi chiese solo di fare attenzione.

Tornai in quella viuzza. Di giorno risultava meno inquietante. Era una strada trafficata da pochi vecchietti. Nessuno più, nessuno meno. Lasciandomi alle spalle la chiesa, mi diressi verso l’arco sotto cui era spuntato il terribile destriero. Osservai per bene quella costruzione, anch’essa costruita completamente in pietra. Notai un piccolo foro al centro dell’arco.
“Quel buco lì lo ha fatto un ragazzo tanti, tanti anni fa.” mi disse un anziano signore.
“Lei sa perché quel ragazzo ha fatto quel buco?”
“Certo che lo so. Ma lei non è di qua, vero, signorina?”
“No, io sono in visita.”
“Ah, e per questo non lo sa..! Questa è una strada maledetta, signorina.”
“Come, prego?”
“Ora glielo racconto. In questa strada, di notte, non si può camminare. C’è un cavallo senza testa che ammazza le persone. Quel ragazzo che ha fatto il buco non ci credeva, e voleva mettere un chiodo nell’arco per far vedere agli amici suoi che non era vero niente. Fatto sta che, invece, quando stava mettendo il chiodo, il cavallo lo ha ammazzato e lo hanno ritrovato impiccato col suo stesso chiodo!”
Il vecchietto sembrava convinto di ciò che diceva. Eppure, l’idea di un cavallo senza testa che si aggirava per questa viuzza non mi convinceva affatto. Allora, ricordai. Avevo già sentito parlare di quel racconto da alcuni vecchietti del mio paese. Loro, però, raccontavano che i ricchi nobili  dell’epoca raccontavano questa storia per non far attraversare la strada da nessuno. Perché lì, tenevano riunioni segrete per complotti, o nascondevano relazione amorose.
Eppure, io, quel cavallo lo avevo visto davvero. Ringraziai quel signore, e decisi di andare in biblioteca tentando di trovare informazioni che, purtroppo, non riuscii a ricavare.

Quella sera stessa, con Hilary, avremmo dovuto incontrare di nuovo i nostri amici. Ma, prima di uscire, le dissi che sarei passata di nuovo da quella via. Ma, questa volta, sarei passata dall’altra parte dell’arco. Hilary, preoccupata, mi seguì, non lasciando che andassi da sola. Mi tenne la mano tutto il tempo. Una mano che sentivo tremare nella mia. Camminammo lentamente.
Arrivate all’imbocco di via dei Crociferi, le dissi di fermarsi lì. Sarei andata in avanscoperta. Diedi un’occhiata alla via. Era ancora illuminata. L’unico edificio con le luci ancora accese e da cui provenivano delle voci, si trovava, guarda caso, proprio accanto all’arco delle monache Benedettine. Accanto all’entrata di quell’edificio logore, scorsi una sedia, ben nascosta nell’ombra dell’angolo fra l’arco e la palazzina, e su di essa, un macchinario che sembrava avere un obiettivo. Alzai lo sguardo, continuando a nascondermi dietro l’angolo. Sull’arco, passava un corridoio con delle finestre. Una figura camminava avanti e indietro. Sembrava stesse vigilando.
“Hilary..”
“Dimmi.”
“Altro che cavallo… Prendono in giro la gente da tempi immemori.”
“Che vuoi dire?”
“Non esiste nessun cavallo senza testa e nessuna maledizione. Scommetto che in questo palazzo ci sono tanti delinquenti da riempire il carcere catanese.”
“Allora, che facciamo?”
“Semplice.”
Presi in mano il cellulare, e chiamai il 113.
In men che non si dica, la polizia arrivò e sgominò la banda di delinquenti in quel edificio consumato dal tempo. Io ed Hilary eravamo rimaste tutto il tempo dietro l’angolo aspettando l’arrivo delle forze dell’ordine.
“Grazie per la soffiata.” mi disse un poliziotto. “Abbiamo preso molti dei malviventi in flagrante, durante delle contrattazioni mafiose. E abbiamo trovato anche un proiettore che, come ci avete suggerito, trasmetteva le immagini di un cavallo senza testa. Un’ottima ripresa. Abbastanza realistica, a distanza. Peccato che consumasse tanta energia da mandare in tilt l’illuminazione del quartiere.”
“Meno male. Ringrazio voi per l’intervento immediato.” 
“Di nulla, signorina Shepard.  Anzi, troveremo il modo di ricompensarla e spero potremo contare sul suo aiuto, in futuro. Sa.. Ormai la conoscono in molti.”
“Ma certo. Non si preoccupi.”

Io ed Hilary, potemmo finalmente tornare dai nostri amici.
“E così, ormai, sei famosa..!” esclamò lei, dandomi una pacca sulla spalla. Doveva essere proprio sollevata, adesso.

Ottobre 27, 2013
La leggenda del Palazzo S. Chiara.

Il mio nome è Claire Shepard. Lavoro nel settore investigativo. Tuttavia, non mi si può definire precisamente un’investigatrice. Mi occupo di leggende metropolitane, credenze, eventi paranormali. Tutto ciò che viene registrato dalla storia, modificato nel tempo, ed, infine, diventano semplici racconti per spaventare, o divertire, la gente.
Lavoro da sola. Non ho un’agenzia effettiva. Semplicemente, attiro stramberie senza saper come. Coloro che ne hanno bisogno, in un modo, o nell’altro, mi trovano.
Se penso di avere un dono? No. Più che altro, ho una grande sfortuna.

* * *

Una mattina mi svegliai stanca. Ero appena tornata da un pesante viaggio dall’Asia centrale. Avevo trovato l’appartamento nello stesso stato in cui lo avevo lasciato. Disordinato. E non avevo voglia di riordinare. Per cui, mi vestii, lasciai tutto com’era, senza neppur disfare la valigia, ed uscii. Presi la mia adorata bici dal piccolo garage del condominio, posai la borsa nel cestino e mi avviai verso il centro della città. Da cliente affezionata quale sono, mi sedetti al tavolo del bar Blue Palm. Ordinai un caffè ed un croissant. Osservai la gente che sedeva agli altri tavoli. Chi rideva felice, chi si lamentava del proprio lavoro, chi guardava il vuoto, con assenza mentale. Tutte persone ignare di ciò che di assurdo può esistere al mondo.
Il mio momento di relax durò ben poco. Sul display del mio cellulare, una chiamata da un numero che non conoscevo. Risposi.
“Signorina Claire Shepard?”
“Sì, prego, chi parla?”
“La prego. Abbiamo bisogno del suo aiuto.”
“Di che si tratta?”
“Ci raggiunga al palazzo S. Chiara, nella città di Catanzaro, in Calabria. La prego, faccia in fretta.”. la voce al telefono sembrava terrorizzata. Parlava con affanno. Non potei che lanciare un lungo sospiro per il meritato riposo che tardava ad arrivare.
“D’accordo. Prenderò un volo questo pomeriggio stesso. Il suo nome?”
“Chieda di Giovanna Ferrante. La ringrazio.” E attaccò.
Finita la colazione, andai all’agenzia viaggi che si trovava dall’altra parte della strada e prenotai un volo. Nel tardo pomeriggio, ero già in aereo.

Arrivai in albergo, presi in fretta una camera, salii in stanza e lasciai la valigia. Chiesi a dei passanti, fuori dall’albergo, se potessero indicarmi il palazzo S. Chiara.
Riuscii ad arrivarvi in tarda sera. Non immaginavo fosse la sede del comune della cittadina. Entrai dal portone principale, stranamente aperto. Un uomo vestito di nero mi aspettava.
“Sono Claire Shepard. La signora Giovanna Ferrante mi ha contatto questa mattina.”. L’uomo mi fece segno di seguirlo. Dopo aver attraversato lunghi corridoi, arrivammo sull’uscio di una grande porta intagliata nel legno.
“Attenda qui un attimo. La annuncio.”
L’uomo mi lasciò lì, ad aspettare. Il corridoio sembrava essere l’unico di tutto il palazzo a non essere illuminato. Mi guardai attorno. Solo la luce della luna mi permetteva di delinearne le mura e le varie porte. Cling, cling. Mi voltai a destra e a sinistra. Non c’era nessuno. Cling, cling. Da dove proveniva quel suono? Sembrava come ferro che cadeva a terra, o che veniva trascinato. Non riuscii a vedere nulla che potesse avere caratteristiche metalliche, lungo il corridoio. Sniff, sniff.. sigh. Sembrava qualcuno stesse piangendo. Ma non vidi nessuno. Sentii un brivido lungo la schiena. Una presenza dietro di me. Trasalii e mi voltai di scatto.
“E’ il momento di entrare” disse l’uomo di prima.   Che sollievo.

Nella grande stanza, due divani ottocenteschi attorno ad un tavolino di legno su cui vi erano poggiati dei bicchierini ed una bottiglia di non so quale liquore. Una donna stava di spalle, sbirciando dalla tenda ciò che accadeva per le strade della cittadina.
“Grazie di esser venuta in così poco tempo.” Si voltò. Indossava un tailleur, coi capelli corvini legati sulla nuca ed un paio di occhiali da vista sul naso. “Io sono Giovanna Ferrante, consigliere comunale.”
“E’ un piacere, conoscerla.” Mi accomodai su uno dei due divani, senza attendere un suo invito.
“Per quale motivo mi ha voluta qui?” chiesi. Il suo volto di fece cupo. Nei suoi occhi potevo scorgere paura. Si sedette sul divano di fronte.
“Dunque.. Quando fui assunta qui, avevo sentito parlare di strani eventi che si verificavano nel palazzo, ma non diedi troppo credito a quelle dicerie. Ma in questi giorni..”. Si guardò attorno, come se temesse qualcuno, o qualcosa, potesse sentirla. “In questi giorni, sono accadute delle cose. Lei non ha sentito nulla mentre camminava per i corridoi?”. Pensai subito al rumore metallico.
“Bé, sì. Un suono metallico. Ed un lamento, credo.”
Il volto del consigliere s’incupì. Assunse uno sguardo di rassegnazione.
“Conosce la leggenda della famiglia De Nobili?”
“Mi illumini.”
“Questo palazzo apparteneva, nell’800 circa, alla famiglia De Nobili, una delle più ricche della città. Si racconta che la figlia, Adele, s’innamorò del figlio di una famiglia rivale, Saverio. Come fossero Romeo e Giulietta, s’incontravano di nascosto. Ma i fratelli di lei scoprirono la loro relazione, e uccisero Saverio. Venuta a conoscenza della morte del ragazzo, Adele decise di ritirarsi in convento e diventare una suora delle Murate Vive di Napoli. I suoi fratelli tentarono di farsi perdonare, ma lei continuò ad odiarli. Quando morì, si dice che il suo spirito tornò nel palazzo di famiglia aspettando l’arrivo dell’amato sotto il suo balcone.” Finito il racconto, si versò del liquore in un bicchierino. Lo mandò giù d’un sorso.
“I rumori che ha sentito… E’ lo spirito a provocarli.”
Mi alzai, in silenzio, e mi avviai verso la porta.
“Non si preoccupi” le dissi. “Risolverò questo problema”.

Appena chiusa la porta dietro di me, mi rivolsi all’uomo in nero che mi aspettava nel buio corridoio. Gli chiesi di portarmi in quella che era stata la stanza della figlia dei De Nobili. Al piano di sopra, in una stanza simile a quella in cui ero appena stata, si trovava un balconcino. Aprii la grande finestra ed uscii. Era alto solo un piano. Giù, c’era un giardinetto ben curato. L’uomo mi disse che non poteva fermarsi ancora a lungo, e se ne andò, lasciandomi da sola, a curiosare in quella stanza. Un solo sofà, con poggiapiedi adagiato davanti. Un antico comò con grande specchio appeso al muro. Un camino alla parete opposta, ovviamente spento. Restai lì dentro per alcuni minuti, ma non accadde nulla. Allora, pensai al corridoio. Era completamente al buio, quando avevo sentito quei rumori. Con un groppo alla gola, dovetti spegnere la luce della stanza. Restai un paio di minuti al buio, seduta sul sofà, in attesa. Un’attesa che non durò a lungo. Sentii di nuovo quel rumore metallico trascinarsi per il corridoio, dietro la porta che avevo chiuso. Si avvicinava. Il mio battito cardiaco aumentava, ma non mi alzai e non mi nascosi. Una forma eterea, azzurrognola, attraversò la porta chiusa. Indossava una tonaca da suora. Ai piedi, delle catene che trascinava zoppicando. Il suo volto era dilaniato dal dolore, i suoi occhi piangenti. Continuava a camminare verso il balcone, senza notare la mia presenza. Restai lì seduta, ad osservarla, senza sapere cosa fare, di preciso. Sembrava come se quello fosse un rituale che compiva ogni notte. Il mio amore, hanno ucciso il mio amore. Vi odio. Maledetti. Soffrirete le pene dell’inferno. La suora si lamentava e mormorava. Passò attraverso la finestra. Allora, non riuscendo a scorgere più la sua figura, mi alzai. Con mia sorpresa, il balcone era vuoto.
Sentii un brivido lungo la schiena. Un solletico all’orecchio. Lo hanno ucciso.. Devono morire!
Mi voltai. La stanza era nuovamente vuota. Accesi la luce.

Dopo aver dormito in albergo, l’indomani tornai al palazzo comunale. Mi feci ricevere dal consigliere. Le chiesi di poter trascorrere un’altra notte in quel palazzo. Firmò un’autorizzazione, e tornò ai suoi obblighi. Una volta nuovamente fuori dal palazzo, presi in mano il cellulare. Chiamai un mio caro amico per un consulto.
“Pronto, padre Giuseppe. Sono Claire”
“Claire! Che piacere sentirti! Dimmi, figliola, come va?”
“Tutto bene, padre. Ma chiamo per altri motivi.”
“Ma certo, raccontami.”
“Cosa accade quando una donna decide di prendere i voti accecata dall’odio?”
“Una domanda insolita. Di chi stiamo parlando?”
“Di Adele De Nobili. Conosce quella leggenda?”
“Ah, sì.. La suora il cui spirito si aggira nel palazzo dei genitori. La sua anima è stata dannata all’eterno vagare. Quando prese i voti, lo fece solo per diventare un rimorso vivente nei confronti dei fratelli che uccisero il suo amato. Fu una sorta di vendetta.”
“Non esiste un modo per aiutarla a trovare la pace?”
“Ah, figliola. È difficile. Se non è riuscita a dimenticare il suo odio vivendo il resto dei suoi giorni in un convento, non saprei. Potresti tentare di parlare col suo spirito. Ma non sono sicuro basterebbe.”
“Grazie, padre. Volevo solo esser sicura di ciò che andava fatto. Ancora grazie.”

Quella sera stessa, tornai in quella stanza, e spensi di nuovo le luci. Questa volta, ci vollero ore prima che lo spirito tornasse. Questa volta, spostai il sofà davanti alla finestra, e mi sedetti in attesa. Quando lo spirito arrivò, si fermò di fronte a me, avendo preso coscienza di un ostacolo sulla sua strada. Si zittì, e mi guardò, con occhi freddi. Aspettava che mi spostassi.
“Adele.” Il suo sguardo si fece più adirato. “Non pensi sia inutile continuare a vagare in questo palazzo? Sì, i tuoi fratelli hanno ucciso Saverio. Ma lui, sarà sicuramente già passato oltre. Cosa ti trattiene qui? anche i tuoi fratelli se ne sono ormai andati da tempo.”
Lo spirito si spostò, in un battito di ciglia, di fronte allo specchio sul comò. L’unica immagine a riflettersi, era la mia, accanto ad uno spirito invisibile.
“Saverio… è morto?” disse con voce tremolante. Sembrava quasi non fosse cosciente d’esser morta. Aveva un volto triste, adesso. Un volto che, improvvisamente, tornò irato. “Sì, che è morto. Lo hanno ucciso loro!” urlò. Tornò triste. Mi guardò.
“Dov’è Saverio? Perché non viene a prendermi?”. Una lacrima le rigò il volto. Non riuscii a sostenere i suoi occhi pieni di dolore. Un pipistrello volò davanti alla finestra. Mi distrassi un attimo. Adele non c’era più.
Restai tutta la notte lì, su quel sofà, in attesa di un rumore qualunque.

“Signorina Shepard! Si svegli!”.
Mi risvegliai accucciata sul sofà sul quale, alla fine, a quanto pare, avevo ceduto alla stanchezza. La signora Ferrante, in ginocchio di fronte a me.
“Signorina, ha cacciato via quel fantasma? La prego, mi dica di sì!”. Mi alzai a fatica, con la schiena scricchiolante. Strinsi la mano al consigliere.
“Allora, aspetto il versamento sul mio conto bancario. È stato un piacere. Se dovesse avere ancora bisogno di me, sa dove trovarmi. Claire Shepard sarà sempre al suo servizio.”